Il calo dello yen a 162,83 contro il dollaro evidenzia una sfida significativa per il Giappone, che ha già speso un record di 11,7 trilioni di yen (73,5 miliardi di dollari) nel tentativo di stabilizzare la propria valuta.
Gli analisti, tra cui Christy Tan del Franklin Templeton Institute, sostengono che l'intervento da solo non può invertire la tendenza al ribasso dello yen, in particolare data la persistente differenza tra i tassi di interesse statunitensi e giapponesi.
Quest'anno, lo yen si è indebolito di circa il 3,9% rispetto al dollaro, mentre è rimasto relativamente stabile rispetto all'euro, indicando che la forza del dollaro è un fattore principale nella svalutazione dello yen. Gli esperti ritengono che senza un intervento coordinato con gli Stati Uniti, qualsiasi sforzo del Giappone potrebbe avere un successo limitato.
Sebbene uno yen più debole possa avvantaggiare gli esportatori e aumentare i guadagni all'estero, solleva anche i prezzi delle importazioni e le aspettative di inflazione, complicando il panorama economico per il governo giapponese.
Mentre l'amministrazione del Primo Ministro Sanae Takaichi cerca di promuovere la crescita gestendo l'aumento dei costi per le famiglie, la situazione rimane precaria, con la necessità di uno yen più forte contrapposta alla riluttanza ad accettare i costi politici associati.